Il personaggio del sottosuolo afferma che l’aritmetica non si adatta alla natura umana, per lui occorre una matematica superiore. Nell’uomo considerato nella sua profondità, esiste un’esigenza di sofferenza e di disprezzo per la felicità. Lui si domanda come la gente riesca ad essere ferma nella sua convinzione che soltanto ciò che è normale è positivo; per lui la prosperità non è necessariamente un vantaggio, l’uomo del sottosuolo si domanda se per caso non è che la ragione si sia sbagliata nel valutare i vantaggi? Non è che all’uomo oltre che la prosperità e l’opulenza piaccia anche la privazione e la sofferenza, magari la sofferenza è altrettanto vantaggiosa e appetibile quanto la prosperità? L’uomo del sottosuolo è totalmente convinto di questo, identificando il caos talmente allettante per l’uomo tanto che questo non se ne priverà mai, in quanto la sofferenza e di conseguenza il caos è la vera origine della coscienza. Dunque la degradazione è sofferenza come opulenza:

Adesso mi è venuta voglia di raccontarvi come mai io non sia riuscito a diventare nemmeno un insetto. E vi dirò solennemente che più e più volte io volli diventare un insetto. Vi giuro, signori, che l’essere troppo consapevoli è una malattia, un’autentica, assoluta malattia, sì, sarebbe assolutamente sufficiente, ad esempio, quella consapevolezza di cui vivono le cosiddette persone spontanee e gli uomini di azione.(14)

Le persone spontanee hanno sempre pronta e facile la decisione, perché non hanno «una coscienza lucida». Esse possiedono il fondamento della giustizia, in modo chiaro e distinto, per cui possono tranquillamente organizzare la vita secondo i loro dettami che considerano coincidenti con ciò che è giusto. Ma il nostro protagonista vuole confutare proprio questa posizione, che considera solo una maschera della verità e della giustizia:

Lo ripeto, con forza anzi lo ripeto: tutte le persone spontanee e gli uomini d’azione, sono tali appunto perché sono ottusi e limitati. Costoro, in conseguenza della loro limitatezza, scambiano le cause più prossime e tuttavia secondarie per cause primarie, e in tal modo riescono più rapidamente e più facilmente degli altri a convincersi d’avere trovato un indiscutibile fondamento per il loro modo di agire e così si tranquillizzano.(15)

Ma è proprio questo ciò che critica il nostro protagonista. Queste persone pensano di avere trovato un valido fondamento nella causa primaria del loro agire, ma tutto questo non è vero, per cui anche la tranquilla coscienza di cui vanno orgogliosi è falsa, come falsa è la loro giustizia. Anche il protagonista non ha idee chiare sul fondamento e sulla causa primaria, ma almeno non ha la coscienza falsa, è consapevole dell’incertezza e del vagare umano su questi problemi. Anche sulla libertà ha una cosa importante da dire. Quelli che si attengono alla ragione pensano che la decisione dipenda dalla conoscenza. Basta conoscere i dettami della morale, ciò che è bene e ciò che è male per orientarsi. Basta conoscere, dicono costoro, il proprio interesse per agire di conseguenza. Ma lui, uomo dalla coscienza lucida, testimonia che non è vero; spesso, pur conoscendo i dettami che deve seguire, continua ad agire contro il suo interesse, con piena lucidità, infatti egli afferma:

Oh, ditemi chi fu il primo a dichiarare, chi fu il primo a proclamare che l’uomo fa delle canagliate unicamente perché non sa quali sono i suoi veri interessi, e che se invece lo si illuminasse, se qualcuno gli aprisse gli occhi su quelli che sono i suoi veri, normali interessi, l’uomo smetterebbe subito di fare le sue canagliate, diverrebbe subito buono e nobile, giacché essendo ormai illuminato e comprendendo perciò quale sia il suo personale vantaggio, saprebbe appunto riconoscere tale vantaggio nel bene: e siccome è cosa risaputa che nessun individuo potrebbe mai agire consapevolmente contro il proprio vantaggio ne consegue che si comincerebbe a fare il bene, diciamo così per necessità.(16)

Il nostro protagonista confuta proprio questa tesi, primo perché non sappiamo quale sia il vantaggio e secondo perché, pur sapendo quale è l’azione vantaggiosa per sé, molto spesso agiamo contro il nostro vantaggio:

E se poi, una volta o l’altra, tale vantaggio non potesse, ma addirittura dovesse consistere per l’appunto nel fatto che in certi casi si desidera per se stessi ciò che era male, invece di ciò che è vantaggioso. (17)

Proprio nella citazione sopra esposta sta la debolezza della ragione e il motivo dell’attacco frontale al razionalismo da parte del protagonista del sottosuolo perché esso vorrebbe tutto spiegare, tutto inquadrare secondo dettami chiari, ma la volontà che scopre in se stesso è facilmente sganciata dalla ragione:

Sì, ma per me è appunto qui che casca l’asino. E voi certo mi scuserete, signori miei, se ora mi sono messo a filosofare; ma qua ci sono quarant’anni di sottosuolo! E dunque permettete che io fantastichi un po’. Si perché, vedete, il raziocinio, signori, è una gran bella cosa, non discuto, ma il raziocinio è soltanto raziocinio, e soddisfa soltanto alla capacità raziocinativa dell’uomo, mentre un atto di volontà è il manifestarsi della vita intera, cioè di un’intera vita umana, ivi compreso il raziocinio medesimo e tutti gli svariati plurimi. E anche se la vita nostra in questo suo modo di manifestarsi se ne viene fuori per lo più in forma di schifezzuola, ciò non toglie che si tratti pur sempre di vita e non dell’estrazione di qualche radice quadrata. Si perché io, tanto per fare un esempio, è perfettamente naturale che voglia vivere per soddisfare tutta la mia capacità di vivere, e non invece per soddisfare unicamente la mia capacità raziocinativa.[…..] Ma il volere umano, molto spesso e anzi il più delle volte si trova assolutamente e cocciutamente in contrasto con il raziocinio E… E… E, lo sapete che anche questo è utile e talvolta addirittura lodevole.(18)

La conclusione di tutto questo ragionamento del protagonista fa emergere una realtà inquietante dell’uomo del sottosuolo: l’incapacità di poter decidere per il bene. Il suo destino sarà quello della solitudine, dell’inettitudine, dell’estraniamento da tutta la società; proprio per questo la coscienza lucida è una malattia.

Mirko Bresciani – La prospettiva etica in Dostoevskij

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