Bisogna essere come i cani che corrono senza un motivo. Al mio Ulisse, un meticcio lupetto taglia media tutto bianco con gli occhi marroni, bastava un niente per fare festa, bastava che scattassi anche stando fermo, solo nel movimento, e partiva per il cortile roteando come una scheggia impazzita, facendo volare la ghiaia ovunque. Lo faceva perché voleva essere felice, lo faceva perché interpretava la mia voglia di giocare.

Come sempre accade nelle cose belle e vere della vita, c’è sempre qualcuno che vuole essere in tua compagnia e senza mezzi termini salire sul treno del gioco.

Ulisse correva senza ritegno a costo di capicollare sulle sue stesse zampe.

E’ morto dopo tredici anni per un tumore quasi in contemporanea con mia madre, non è stato mai uno di quei cagnolini d’alto rango di cui si fregiano le signore dell’alta società al settimo piano. Era un cane da cortile e faceva la guardia, aveva la sua cuccia in legno ed è stato sempre vicino a noi. Ciò che più probabilmente l’ha fatto soffrire non sono stati gli inverni rigidi o le estati senza aria condizionata, ma il non vederci durante i periodi di malattia che portavano me e mia madre più spesso in ospedale che a casa.

Per lui mia madre era il capo branco, del resto era lei quella sempre presente in casa, lei lo scansava senza mezzi termini quando si avvicinava, ma era anche quella che se ne prendeva cura dandogli da mangiare ogni giorno e sgridandolo quando esagerava nei suoi latrati bravi durante le notti di luna.

Era un cane e non aveva voce in capitolo nelle discussioni serie di noi uomini, bollette, acqua, gas, corrente, ma si parlava sempre di lui a fine o inizio discorso quasi fosse un intercalare capace di stemperare la durezza delle cose serie della vita e sia io che mia madre ci divertivamo a vederlo fare il pazzo a saltare come una gazzella nel cortile. Adesso non è più qua con noi, ma sicuramente starà correndo con il suo volto buono e i suoi occhi puliti e veri.

Sei stato un cane, abbiamo vissuto assieme e ti ho voluto vedere andare via anche se sapevo sarebbe stato doloroso, i dettagli non li racconto, c’è un diritto alla privacy che ti sei guadagnato sul campo.

Ogni tanto ti prendevo il musino e ti guardavo negli occhi, marroni e belli e lì si cancellavano le differenze, senza parole, senza pensieri si incontravano le anime. Un giorno ti rivedrò e ti dirò tutto quello che non ho potuto chiudere qua con te, quel giorno sarà bello perché correrò anch’io a capicollo, con te soltanto vedendoti scattare.

(Nella foto Mirko e il bellissimo Ulisse)

Mirko Bresciani – Nient’altro che le stelle silenziose

(Pubblicazioni dell’autore)

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